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Giovanni De Luna, Una politica senza religione,

Giovanni De Luna, Una politica senza religione, Einaudi, Torino, 2013, p. 137

 

Recensione a cura di Vincenzo Guanci

 

"Per risvegliarci come nazione, dobbiamo vergognarci dello stato presente. Rinnovellar tutto, autocriticarci. Ammemorare le nostre glorie passate è stimolo alla virtù, ma mentire e fingere le presenti, è conforto all'ignavia e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione"

Con queste parole di Giacomo Leopardi, G. De Luna conclude il suo saggio sulla mancanza di una "religione civile" nella nazione italiana e sui tentativi (sporadici) di costruirne una nel corso dei centocinquant'anni di storia unitaria.

In premessa, l'autore esplicita cosa intende per religione civile: "uno spazio in cui gli interessi che tengono insieme un paese si trasformano in diritti, in doveri civici, in valori consapevolmente accettati, nel nome dei quali i cittadini italiani sono sollecitati ad abbandonare le nicchie individualistiche o comunitarie, quei progetti esistenziali racchiusi nel terribile slogan ‘tengo famiglia' e ‘mi faccio i fatti miei', condividendo un universo di simboli in grado di legare il singolo e la società in un rapporto di dipendenza e di identificazione".

Si tratta quindi di uno spazio in continua costruzione, attraverso l'invenzione di tradizioni e il loro consolidamento mediante simboli riconosciuti che creano una realtà pubblica di appartenenza e di cittadinanza. E questo chiama in causa direttamente le Istituzioni e la Politica.

L'autore svolge il rotolo della storia unitaria d'Italia incontrando prima i fallimenti del "fare gli italiani" dell'Italia liberale di fronte al trasformismo della politica, poi quelli  del "ciascuno al suo posto" della gerarchia fascista che non riuscì a imporre un vero totalitarismo perché non affrancata da una "marcata subalternità nei confronti di quelli che erano i valori proposti dalle gerarchie cattoliche" ( p. 29).

 

Il momento nel quale gli italiani furono sul punto più vicino a costruire una loro religione civile fu senza dubbio quello della realizzazione  della Costituzione nata dalla Resistenza. Largo spazio G. De Luna dedica all'impegno del Partito d'Azione, individuando nei loro esponenti gli autentici ispiratori di un pensiero laico in grado di farsi civilmente religioso. Piero Calamandrei "cercava di sottrarre il paradigma di fondazione della nostra Repubblica all'ipoteca (che gli appariva effimera) dei partiti antifascisti per riconsegnarla direttamente al vissuto e all'esperienza collettiva di tutti gli italiani. Di qui la sua insistenza sul ‘carattere religioso' della lotta partigiana...

A fondamento di un nuovo spazio pubblico in cui ci si potesse riconoscere come cittadini di uno stesso Stato nel nome di valore condivisi, Calamandrei chiamava così ‘il popolo dei morti' (di quei morti che noi conosciamo uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e sulle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti) presentato non nella dimensione ‘vittimaria' dell'innocenza e dell'inconsapevolezza, ma come fonte attiva di una nuova legittimazione dello Stato" (pp. 40-41).

Il tentativo naufragò sugli scogli del clericofascismo democristiano, favorito dall'art. 7 della Costituzione che integrandovi i Patti Lateranensi creò un "pericoloso innesto confessionale" nella costruzione della Repubblica.

Nel luglio 1960 l'Italia del boom economico scoprì l'antifascismo. Manifestazioni e scontri cruenti con la polizia impedirono il congresso del partito neofascista MSI a Genova, medaglia d'oro della Resistenza, e causarono le dimissioni del governo Tambroni, un monocolore democristiano con l'appoggio esterno del MSI.  Si aprì una stagione di importanti riforme: la scuola media unica, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, lo Statuto dei Lavoratori, la chiusura dei manicomi. Ciò nonostante, sostiene De Luna, "il rilancio della Costituzione nel suo significato di testo fondamentale della nostra religione civile fu una grande occasione mancata" (p. 60) perché la stagione si esaurì presto e gli anni Ottanta si aprirono con la famosa intervista a E. Scalfari, nella quale Enrico Berlinguer poneva alla politica tutta la "questione morale". I partiti ormai non provvedevano più a formare la volontà popolare, non svolgevano più alcuna funzione pedagogica, di dibattito tra le masse. Essi erano diventati pure macchine per l'occupazione del potere.

L'Italia si stava avviando verso una condizione nella quale l'unica "religione" poteva essere quella cattolica vaticana, affiancata, seppur tra mille problemi, da quelle dei nuovi immigrati; non vi sarà più spazio per alcuna religione civile.

O meglio.

L'unica vera, trionfante, religione sarà quella officiata dal "mercato" a cui la politica si sottometterà. Berlusconi sarà il suo eroe.  Tutto sarà immerso nella religione dei consumi. E gli italiani, memori di secoli di povertà, si immergeranno in un benessere fondato su consumi indotti massicciamente dai nuovi media, soprattutto dalla televisione invadente. Tutto, ma proprio tutto, sarà ordinato dai totem dell'audience, dello share, della pubblicità, della visibilità, del culto dell'immagine. A questo proposito De Luna ricorda opportunamente come neanche il Vaticano si sottrarrà alle leggi del mercato: basti pensare alle figure degli ultimi tre pontefici, al carisma di Giovanni Paolo II di cui fu perfino spettacolarizzata la lunga agonia, al coup de theatre delle dimissioni si Benedetto XVI, alla capacità meravigliosa di tenere la scena di papa Francesco.

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