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Vittorio Beonio Brocchieri, Storie globali

Vittorio Beonio Brocchieri, Storie globali. Persone, merci, idee in movimento.,Encyclomedia Publisher, Milano 2011, pp.208, €14,50

A cura di Cristina Cocilovo

 

Un libro agile che in 200 pagine riscrive l'impostazione della storia, con risultati  ben diversi da come continua ad essere  proposta nella maggior parte dei manuali scolastici e ancora  da ampi strati della ricerca storiografica.

La proposta è quella della world history, non nuova per la scuola italiana, se si pensa che venne introdotta nei  nuovi programmi di storia dal ministro De Mauro nel 2001[1]. Allora ci fu una reazione quasi scomposta dell'establishment ufficiale contro l'idea di relegare in secondo piano le storie nazionali identitarie, l'eredità greco-romana e la centralità dell'Europa nelle vicende storiche del mondo.

Ma la novità di Beonio Brocchieri è quella di mettere a confronto fra loro, in un'ottica comparativa, le diverse aree del mondo, individuando analogie e interazioni e prevedendo possibili sviluppi futuri anche alla luce di quanto avvenuto in passato. Si tratta insomma di una world history se possibile ancor meno eurocentrica e orientata a chiave di lettura dei grandi eventi del mondo passati, attuali e futuri: in tal modo la storia assume il suo proprio ruolo  di interpretare e spiegare  il mondo oltre che descriverlo.

A distanza di 10 anni è dunque possibile un approccio più sereno allo studio dei fenomeni su grande scala geografica, anche perché nel frattempo la globalizzazione ha coinvolto tutti i settori della nostra vita, entrando nelle pieghe più nascoste. Infatti, se da un lato la potenza asiatica non è più circoscritta ai cosiddetti Dragoni, considerati quasi degli epigoni del mondo occidentale (Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore) e il potere economico di Cina ed India è diventato talmente tumultuoso da insidiare se non superare quello degli Usa, dall'altro, scendendo nella nostra quotidianità, sappiamo quanto è crescente  il numero di alunni stranieri delle nostre scuole, e sappiamo che  non si può più  insegnare, per esempio, le Crociate come tradizionalmente erano intese o il mondo extraeuropeo solo in quanto  territorio colonizzato dalle potenze occidentali. È indispensabile un'interpretazione che comprenda il punto di vista degli altri, senza offendere la loro dignità e il loro senso di identità. La Storia deve diventare interculturale, portatrice di valori di cittadinanza mondiale e di rispetto reciproco fra le civiltà.

Nell'arco di 10 anni  la globalizzazione ha trovato nella world history una possibile interpretazione dei fatti attuali e, con uno sguardo sul passato, una prospettiva all'indietro delle spiegazioni di fenomeni che oggi coinvolgono il mondo intero.

Un primo motivo della diffidenza del mondo accademico verso la world history consisteva, e forse consiste ancora, nel fatto che il Mondo era molto più globalizzato agli inizi del ‘900 che negli anni '80, anzi dal secondo dopoguerra  si è assistito ad una de-globalizzazione del mondo, che ha rafforzato l'idea che la storia proceda secondo l'unica direttrice della società occidentale. Per Beonio Brocchieri  infatti "se l'espansione dei regimi comunisti e la decolonizzazione non avesse in larga misura sottratto gran parte dell'Eurasia all'economia di mercato globalizzata, il boom economico europeo-occidentale e giapponese avrebbe avuto lo stesso ritmo e le stesse dimensioni?" " Se i produttori tedeschi, italiani e giapponesi di automobili, elettrodomestici [...] avessero dovuto fare i conti  fin dagli anni '50 e '60 con la concorrenza di produttori (e consumatori di idrocarburi) polacchi, cinesi e indiani, i nostri trent'anni gloriosi (1955-1975) sarebbero stati - per noi - così gloriosi?"

Un altro motivo di diffidenza, pur sempre collegato al precedente, dipende dal concetto di modernizzazione, sostenuto da una visione eurocentrica della storia. Alla base di questa visione è collocato lo Stato nazione, depositario dei valori occidentali, considerati universali, di  economia di mercato, individuo, democrazia e sovranità popolare. L'idea condivisa da storici di tutti gli orientamenti politici era che vi fosse corrispondenza biunivoca fra Occidente e modernità, che questa potesse nascere solo in Occidente grazie alle sue radici greco-classiche e che si sarebbe diffusa nel mondo, in quanto faro portatore di civiltà, "contagiando" in modo benefico le civiltà altre. Via via che nuove nazioni entravano nella sfera della modernità, avrebbero raggiunto i livelli di sviluppo tecnologico propri del capitalismo occidentale, abbinato a forme di democrazia politica. Così dall'Italia al Giappone si è verificato questo miracoloso contagio.

Purtroppo tale visione era condizionata dalla "situazione degli equilibri mondiali dal secolo XIX proiettato sia nel futuro che nel passato", considerata l'optimum, tant'è che Francis Fukuyama  poté proclamare nel suo libro "La Fine della Storia", l'obiettivo raggiunto dall'Occidente con la caduta dell'oppositore sovietico, impedendo così di scorgere i formidabili cambiamenti degli ultimi 15 - 20 anni.

Neppure "Lo scontro di civiltà" di Samuel Huntington ha colto che non era solo a rischio la situazione di equilibrio mondiale, quanto che vi fosse il passaggio dell'egemonia dall'Occidente all'Oriente, che il primato passasse da una civiltà all'altra: una rivoluzione spaziale, una rivincita della terra (le grandi civiltà euroasiatiche) sul mare (gli europei/occidentali che da Colombo in poi hanno dominato le rotte oceaniche)[2].

La world history può dunque aiutare a superare le narrazioni eurocentriche oppure a considerare la storia mondiale come una sommatoria giustapposta di storie di singole civiltà. Contribuisce al contrario a fondare un unico world system, che spiega gli sviluppi storici di ogni componente, evidenziando  "i meccanismi dello scambio economico, del dominio politico e dell'accumulazione di capitale.

Ecco allora spiegato come le civiltà urbane dell'età del bronzo in Eurasia costituiscano un unico sistema mondiale (America al momento esclusa): l'old world web secondo J. E W.Mc Neill, nel quale è la logica del sistema che spiega le singole situazioni, altrimenti  incomprensibili se non si tenesse conto delle influenze reciproche. Oppure lo spartiacque dell'ultimo mezzo millennio a.C., l'epoca assiale[3], con la formazione dei grandi imperi universali - assiro, persiano, macedone, romano, cinese - sicuramente in attivo interscambio, per non parlare dell'universo islamico del X secolo o della vitalità economica e demografica delle due estremità dell'Eurasia: l'Europa cristiana e la Cina dei Song  fra XI e XII secolo. Ma l'avvio definitivo alla globalizzazione sono i viaggi transoceanici del XV secolo, che preparano il terreno alla futura rivoluzione industriale, un prodotto sia della tecnologia che della cultura.

Tuttavia non vale la pena cercare a tutti i costi l'origine del fenomeno della globalizzazione. Secondo l'autore è un problema mal posto, perché sarebbe "più utile ripensare la storia dei processi di interconnessione e di integrazione fra aree del mondo e civiltà, nella consapevolezza  che la dimensione globale dei movimenti e degli scambi attraverso le  linee di confine accompagna da sempre il cammino dell'uomo. Le civiltà non crescono solo per sviluppi interni ma anche attraverso le interazioni e gli scontri con altre civiltà", attraversando fasi di intensificazione a fasi di dis-integrazione o di involuzione dei sistemi-mondo.

È un'illusione pensare che la rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni degli ultimi 150 anni ci abbia fatto perdere un magico mondo del passato costituito da un universo di comunità isolate e autosufficienti. In realtà non è mai stato così, poiché sin dal Neolitico se non dal tardo Paleolitico "circolavano merci, idee, miti, tecnologie, stili artistici".  Questo scambio continuo ha avuto il merito di favorire lo sviluppo di un intero sistema di comunità; al contrario  quelle che per motivi geografici (per esempio gli aborigeni della Tasmania) si sono isolate, hanno pagato un prezzo di involuzione culturale e tecnica altissimo.

Al contrario, le civiltà urbane dell'Eurasia, dal Nilo all'Indo, hanno costituito un network system di cui ognuna costituiva un nodo di specializzazione e di offerta di servizi, in interazione con le altre città, ed anche con il variegato mondo dei nomadi.

Questo è solo un assaggio delle molte considerazioni che arricchiscono  il libro, che ripercorre la storia degli ultimi 5000 anni del Mondo come sistema integrato dall'old wide web eurasiatico al Worldwide web oceanico di impronta britannica del XVIII secolo, per concludersi con la domanda why England?, che introduce l'interpretazione sulla Rivoluzione industriale inglese.

Perché proporre la lettura del libro, in particolare agli insegnanti di ogni ordine di scuola?

Innanzitutto perché lo si legge scorrevolmente senza perdere in densità, poi per l'impostazione innovativa che sottolinea i legami fruttuosi o negativi fra le civiltà e gli spazi da queste abitati, offrendo spiegazioni possibili di fatti storici altrimenti considerati ineluttabili.

Inoltre ogni affermazione è sostenuta dalla ricerca di storici, e non solo di area world history, con una lunga serie di citazioni e note che documentano lo sviluppo del ragionamento, ma anche sostengono punti di vista contrastanti.  Il testo è accompagnato da una ricchissima bibliografia, che comprende opere molto recenti, in cui è possibile trovare ogni possibile approfondimento relativo al periodo o al tema di interesse. 

Infine, è un libro significativo per la didattica, perché, oltre all'arricchimento culturale, offre molti spunti di rilettura della storia utili per una programmazione innovativa dalla scuola primaria alla superiore,  con una traduzione didattica ovviamente  adeguata all'età di ogni allievo: ma questa è un'altra storia e non dipende dal libro, bensì dal docente che media fra ricerca storica e classe.

Per concludere, non manca notevole apparato cartografico costituito da una decina di carte geostoriche  dei fenomeni esaminati, sempre secondo ampi scenari spaziali, comprendenti l'area Euroasiatica/africana prima e il Mondo intero dopo  i viaggi transoceanici del XV/XVI secolo; tra l'altro in un nitido bianco e nero facilmente riproducibile.



1 Luigi Cajani, Il mondo come orizzonte: apologia dell'insegnamento della storia mondiale nella scuola,  in «Innovazione educativa» n. 4/2000

Luigi Cajani, Per un insegnamento della storia mondiale nella scuola secondaria,  in  Il Novecento e la storia - http://www.bibliotecaic7.com/novecento/introduzione/cajani.htm

[2] Carl Schmitt, Terra e mare, Milano,  Adelphi, 2002

[3] Karl Jaspers, Origine e senso della storia,  Milano, 1965

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